Progettare oggi il mondo di domani
Design, economia e sostenibilità
di John Thackara



postmedia books 2017
192 pp.
isbn 9788874901807

 

 

 

 

CAMBIARE: RIDURRE IL DANNO, MIGLIORARE L'ESISTENTE
A un polveroso incrocio sulla lunga strada campestre che collega Kanpur a Lucknow, nell'Uttar Pradesh indiano, ci imbattiamo in un gigantesco schermo piazzato sul piano di un camion. Insieme a una dozzina di abitanti del villaggio, quattro ciclisti e una mucca, lo fissiamo incantati. A sinistra dello schermo appare il paesaggio rovente, polveroso e desolato sulle due rive del fiume Gange al centro della cui gigantesca pianura fertile ci troviamo ora. A destra dello schermo risplende un futuro migliore: città pullulanti di vita, catene di montaggio robotizzate e treni ad alta velocità. A questa sequenza prima-e-dopo segue un video a schermo intero nel quale le simulazioni di edifici residenziali spuntano come funghi dalle scintillanti distese erbose che costeggiano le rive del Gange. "Benvenuti a Trans-Ganga High Tech City", spiega la voce fuori campo. "Possa la fortuna essere sempre a vostro favore", mormora la mia giovane compagna. "Sembra di guardare Hunger Games", dice, spiegandomi come, in un film che sono l'unico al mondo a non aver visto, una ragazza di nome Katniss vive in una nazione distopica e post-apocalittica. Ogni anno il Campidoglio, dove vivono i ricchi, afferma il proprio potere sulle regioni povere che lo circondano organizzando gli Hunger Games [i Giochi della Fame] nei quali ragazzi e ragazze, scelti attraverso una lotteria nelle aree povere, si sfidano in una battaglia all'ultimo sangue trasmessa in televisione. Apprendo così che "Possa la fortuna essere sempre a vostro favore" è la frase che l'odioso presidente proferisce all'apertura dei Giochi – nei quali tutti i concorrenti salvo uno moriranno. Trans-Ganga High Tech City sembra proprio una copia di Hunger Games – una luccicante città recintata circondata da miseria sociale e paesaggi degradati. Trans-Ganga è una delle 100 città indiane chiavi in mano che le società immobiliari hanno in programma di realizzare su aree verdi totalmente ripulite dai piccoli agricoltori e dalla biodiversità che le abitano. Agli investitori si assicura che saranno approvate leggi speciali per garantire che milioni di indiani poveri siano "esclusi dai privilegi di questa grande infrastruttura". Questi impatti fisici e sociali sono già abbastanza inquietanti – ma l'ansia schizza in alto sentendo le voci vispe e squillanti che proclamano, da schermi onnipresenti, come queste operazioni siano nell'interesse di tutti. Ogni qualvolta una voce si leva a protestare contro gli impatti negativi di queste operazioni, le teste vispe accusano i piagnoni di essere la causa della loro stessa sventura: Trovatevi un lavoro! Impegnatevi di più! Possa la fortuna essere sempre a vostro favore! Le parole che scegliamo sono importanti nel momento in cui tentiamo di capire cosa avviene in questi tempi nuovi. La decrescita energetica di un uomo è la transizione energetica di un'altra donna. Parlare di crisi incombente fa paura; fa meno paura rendersi conto che la crisi è già in atto. [...]

ENERGIA
Nel 1971 il geologo Earl Cook ha provato a quantificare l'energia "catturata dall'ambiente" nei diversi sistemi economici6, scoprendo che l'abitante di una città moderna aveva bisogno di circa 230.000 kilocalorie al giorno per nutrire corpo e spirito: una cifra lontanissima dalle 5.000 kcal che, diecimila anni prima, occorrevano quotidianamente a un cacciatore-raccoglitore per sopravvivere. Dal 1971 in poi questo divario tra vite semplici e complesse si è ampliato ulteriormente e ancor più rapidamente. Se si conteggiano tutti i sistemi, reti e gadget della vita moderna – automobili, aerei, stabilimenti, edifici, infrastrutture, riscaldamento, condizionamento, illuminazione, cibo, acqua, ospedali, sistemi informativi, e relativi gadget – beh, un newyorkese o un londinese oggi ha un fabbisogno pro capite in termini di energia e risorse che è circa sessanta volte quello di un cacciatore-raccoglitore. In altre parole: oggi i cittadini americani usano più energia e risorse fisiche in un mese di quanto i nostri bisnonni utilizzavano nel corso di tutta la vita. Questa traiettoria ascendente sarebbe allarmante se riuscissimo a vederla con chiarezza – ma così non è. Molto semplicemente, ignoriamo il fatto che tutti questi "bisogni" sono il risultato di flussi crescenti di energia intensa e a basso costo. Le convinzioni sono una cosa; la matematica basilare, e le leggi della fisica, dicono altro. La crescita esponenziale di qualunque cosa sia tangibile, o richieda energia, non può continuare all'infinito in un universo finito. Come spiega pazientemente il professore di fisica americano Tom Murphy, anche se il ritmo futuro della crescita energetica complessiva nella nostra economia dovesse scendere a un livello inferiore a quello odierno, lo vedremmo comunque decuplicarsi ogni 100 anni; tra 275 anni, raggiungeremmo un incremento di 600 volte quello degli attuali ritmi di uso. Potreste controbattere che è sicuramente possibile separare la crescita economica dalla crescita energetica in modo da liberarla e consentirle di espandersi all'infinito. Beh, non lo è. La moltiplicazione del denaro espande sempre gli impatti fisici di un'economia sulla Terra. "L'energia è la capacità di sviluppare lavoro; è la linfa vitale dell'attività", spiega il professor Murphy. "Pensateci bene: consentire al PIL di crescere ad oltranza su un apporto energetico fisso significherebbe che qualunque cosa richieda energia diventi una parte sempre più piccola del PIL, fino a rappresentare un valore trascurabile. Ma il cibo, il calore e il vestiario non saranno mai bisogni trascurabili. Esiste un grande potenziale per le attività economiche che usano meno energia – ma questo non vuol dire azzerare l'intensità energetica." La crescita del PIL ad oltranza non è un'opzione possibile. Il mondo non corre il pericolo di esaurire completamente l'energia – né a breve e nemmeno a medio termine. [...]

DENARO
La data prevista per l'energia di picco e la gravità delle sue conseguenze è un tema sul quale le opinioni divergono ma sempre più persone si accontentano di additare i banchieri come unici responsabili dei nostri problemi economici. Non si tratta di una valutazione corretta. Per quanto risulti indubbiamente difficile provare simpatia per gli uomini e le donne che lavorano nel settore bancario ma non sono certo loro a dettare le regole di un sistema disfunzionale come quello del denaro: semmai ne sono prigionieri. E sembra proprio che il destino del sistema del denaro sia intimamente legato a quello del sistema energetico. Forse conviene pensare a denaro ed energia come parti di una storia unica. Prima di scrivere questo libro, pensavo vagamente che il lavoro delle banche consistesse nel raccogliere i depositi e i risparmi di una quantità di persone per rendere gli stessi fondi disponibili ad altre persone sotto forma di prestiti, mutui e credito su carte plastificate. Ebbene, mi sbagliavo di grosso. Anche se i banchieri sostengono che il loro core business sia il "prestito" di denaro, in realtà bisognerebbe parlare di creazione di denaro. Quando andiamo a chiedere un prestito in banca, e la banca ci dice che sta "trasferendo" i fondi sul nostro conto, quel denaro non viene prelevato da un caveau, né tanto meno trasferito tramite bonifico da un altro luogo. Quel denaro viene "creato" ex novo, in quel luogo e in quel momento. Solo una piccola percentuale del denaro creato dalle banche poggia sulla garanzia di beni – come un contratto di proprietà di una casa o un lingotto d'oro – custoditi nei loro caveau. Nella maggior parte dei casi, le banche si limitano a concedere i prestiti in modo discrezionale. E non è finita qui. [...]

CRESCITA
Se la frenesia della crescita riguardasse solo i numeri, potremmo liquidarla come un modello di pensiero delusorio ma innocuo. Ma il denaro non è solo un'astrazione. Come spiegavano i professori Murphy e Hall, il denaro fa sì che si produca il lavoro nel mondo reale. Quando un sistema deve crescere per sopravvivere ma il lavoro che produce è distruttivo, le conseguenze sono catastrofiche. Ho potuto rendermi conto delle funeste conseguenze della crescita fine a sé stessa in occasione di un convegno sulla sostenibilità promosso da un famoso colosso svedese di mobili per la casa al quale partecipavano i suoi 200 responsabili di settore. Nel corso di un ventennio di duro lavoro sulla sostenibilità, questa azienda ha conseguito migliaia di miglioramenti rigorosamente testati registrati su una "lista infinita". La gamma dei miglioramenti è sorprendente – perfino ammirevole – se non fosse per un particolare: l'unica cosa che questo gigante non ha fatto è chiedersi se debba crescere. Al contrario: si è impegnato a diventare grande il doppio entro il 2020. Entro quella data, il numero di clienti che visiteranno i suoi giganteschi capannoni passerà dagli attuali 650 milioni all'anno fino a 1.5 miliardi l'anno. E perché? La responsabile senior che relazionava al nostro incontro su questo progetto ha contestualizzato questo trend di crescita: "La crescita serve", ha spiegato, "a finanziare l'innalzamento degli standard di sostenibilità che noi tutti vogliamo realizzare". Per illustrare il difetto fondamentale di questa argomentazione, basta affrontare la questione del legname. Questo marchio, che è il terzo consumatore di legname al mondo, ha promesso che entro il 2017 metà di tutto il legname utilizzato – rispetto al 17 per cento odierno – sarà riciclato o proveniente da foreste gestite in modo responsabile. Ora, il 50 per cento è un grande passo avanti rispetto al 17 ma non ci impedisce di chiederci: e l'altro 50 per cento? Nel momento in cui l'azienda raggiunge dimensioni doppie, quel secondo cumulo di legname – la metà non certificata, la metà che, se ci va bene, ha una provenienza poco chiara – sarà ben presto il doppio di tutto il legname utilizzato oggi dall'azienda. L'impatto sulle foreste mondiali della fame di risorse di questa sola azienda sarà devastante. Le persone sensibili e preparate che ho incontrato in Svezia – come i gruppi di lavoro che si occupano di sostenibilità in centinaia di altre grandi aziende in tutto il mondo – si trovano di fronte a un dilemma spaventoso: per quanto strenuo il loro impegno, per quanti buchi riescano a tappare nei cicli produttivi, l'impatto negativo netto delle attività delle loro aziende sui sistemi viventi del mondo aumenterà negli anni a venire rispetto a oggi. E tutto a causa della crescita complessiva. Non importa quanti marchi dichiarino che i loro prodotti sono verificati, accreditati o certificati in quanto sostenibili; fintanto che la crescita rimane la direttiva principale di un'impresa, qualunque promessa di lasciare il mondo "quanto più integro possibile" rimarrà vacua. Se il problema principale fosse la mancanza di dati, non si faticherebbe a trovare la soluzione. Un grande sforzo internazionale ha portato alla realizzazione di una serie di strumenti di studio definiti come The Economics of Ecosystems and Biodiversity (Economia degli Ecosistemi e della Biodiversità, o TEEB), un progetto al quale hanno aderito molti governi e imprese che assegna un costo ai servizi offerti dalla natura all'industria. [...]

RISCHIO
Nessuna delle tendenze funeste che ho illustrato finora è frutto di fantasie catastrofiste. I Lloyds di Londra, epicentro della gestione del rischio globale, ci avvertono riguardo alla "probabilità di una stretta nella fornitura petrolifera a breve-medio termine". Un altro hotspot capitalista come il World Economic Forum (WEF) considera il picco del petrolio come uno dei punti in una guida dei futuri possibili dal titolo "Semi della distopia". Ecco alcuni dei punti salienti di questa allegra rassegna: una pandemia virale dagli effetti catastrofici; una deflazione incontrollabile; una tempesta geomagnetica tale da spazzare via internet; carestie globali; e una "distruzione geofisica senza precedenti". Secondo il WEF, questi rischi principali "sono un'avvertenza sanitaria circa i nostri sistemi più critici". Il WEF non è il solo organismo a proporre una visione così cupa. Se i suoi Rischi Globali si occupano dell'economia, il rapporto Global Trends 2030 svolge un compito analogo nei riguardi della geopolitica e della sicurezza16. Pubblicato dal National Intelligence Council statunitense, questo rapporto avverte che "ci troviamo in una fase critica per la storia umana … le catastrofi naturali potrebbero determinare il crollo di diversi governi". Questi avvertimenti sono ulteriormente convalidati da climatologi ed ecologisti. Un istituto di ricerca con sede a Stoccolma (Stockholm Resilience Centre o SRC), ad esempio, ha definito nove "indicatori globali" in quanto limiti relativi ai sistemi viventi planetari essenziali che non dobbiamo oltrepassare. Anche se già abbastanza allarmante – tre dei nove sistemi descritti hanno già oltrepassato la linea rossa – la mappa formulata dal SRC si limita a occuparsi dei rischi conosciuti. Ben più inquietante è la possibilità di una cosiddetta "sorpresa ecologica" – una mutazione trasformativa, in uno o più sistemi naturali o artificiali, che potrebbe essere improvvisa, non lineare e catastrofica. Come spiega il ricercatore Noah Raford, esperto di sistemi complessi, l'eccesso di interconnettività rende i sistemi vulnerabili a una "transizione di fase" – una parola che suona molto più innocua di quanto sia in realtà. Quando un sistema raggiunge un punto critico, spiega Raford, "anche un cambiamento minimo può indurre una fluttuazione massiccia e il collasso". Sappiamo che questi eventi possono verificarsi ma non sappiamo quando; è impossibile prevederli. Per la comunità dei doomer tutto ciò è un invito a nozze ma non tutti pensano che questi rischi vadano presi sul serio. [...]

FRATTURA METABOLICA
Perché dovremmo anche solo pensare di guidare su questi dossi? Questi individui potenti non sono stupidi – e allora perché credono tanto in un sistema ecocida? La spiegazione che mi pare più logica è l'esistenza di una "frattura metabolica" tra l'uomo e la Terra. È l'idea secondo la quale la combinazione di superfici pavimentate e media pervasivi ci rendono ormai cognitivamente ciechi alla salute dei sistemi viventi dei quali facciamo parte. Secondo la memorabile sintesi di Timothy Morton, un modo corretto di pensare alla frattura metabolica è che "la catastrofe ecologica è già avvenuta". Ma la frattura metabolica è sanabile? La struttura delle rivoluzioni scientifiche, un libro di Thomas Kuhn del 1962, introduceva l'espressione "cambiamento di paradigma" per descrivere i modi in cui le visioni scientifiche del mondo subiscono periodicamente un cambiamento con in quello che in quel dato momento sembra essere un salto improvviso25. Questi "improvvisi" cambiamenti di paradigma nella visione del mondo arrivano dopo periodi di anni, talvolta decenni, in cui gli scienziati riscontrano anomalie che non rientrano nel paradigma dominante. Può essere imminente un cambiamento di paradigma nella nostra visione del "progresso" e dell'"economia"? [...]

 

 

"Se ormai diamo per scontato che il World Wide Web sia diventato principalmente il più grande mercato mai concepito dall'uomo, con un pubblico di dimensioni planetarie cui si propongono pubblicità e prodotti di ogni tipo con sistemi sempre più avanzati e innovativi, non è male che qualcuno ci ricordi quali erano le promesse di Internet ai suoi albori. E come sia possibile tenerle vive anche oggi. Nel suo recente libro How to thrive in the next economy, John Thackara, giornalista, scrittore, teorico del design e organizzatore per molti anni del festival "Doors of perception", dedicato al design in un'accezione ampia, come ricerca di strategie per un futuro sostenibile, ci invita a guardare meglio, per rispondere alla domanda che ormai pochi si pongono nei suoi termini più radicali, ovvero: "siamo proprio sicuri che i valori su cui stiamo costruendo il futuro del mondo occidentale siano i migliori?". E anche quando è chiaro – come nel periodo di crisi in cui ci troviamo – che il modello di una crescita sempre più esasperata, che finisce col depredare senza scrupoli l'ambiente, non possa essere perseguito impunemente ancora per molto, si stenta a ipotizzare scenari che siano realmente alternativi".
[ Stefania Garassini, autore di What Is Contemporary Art?, 14 Ottobre 2016 ]





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