In the Flow

di Boris Groys



postmedia books 2018
172 pp.
isbn 9788874901876

 

 

 

 

In the Flow ci fa capire bene non solo quanto Boris Groys fosse in stato di grazia quando ha scritto questo libro, ma segnala anche l'incredibile percorso che il lettore intraprenderà intorno ad alcuni dei più diffusi costrutti culturali del nostro tempo: il museo, l'archivio e la Rete. Nel processo di articolazione della reologia - o fluidità - dell'arte, ogni capitolo rende chiari potenziali termini e concetti contemporanei come l'attivismo, la partecipazione, l'estetizzazione, l'infezione e la trasgressione. In the Flow presenta un nuovo approccio alla teoria dell'arte secondo il quale è possibile che le idee restino mutabili nel momento in cui vengono messe in pratica.
[Kate Fowle, Curatore del Garage Museum of Contemporary Art, Mosca]

 

All'inizio del XX secolo l'arte e le sue istituzioni sono state oggetto di critica da parte di un nuovo spirito democratico ed egualitario. Venne così rifiutata l'idea di opera d'arte come oggetto sacro e successivamente sarebbe stata intesa solo come cosa. Ciò comporta un attacco al realismo e alla tradizionale missione conservatrice del museo. Boris Groys sostiene che questa dinamica ha favorito lo sviluppo di un "realismo diretto": un'arte che non produrrebbe oggetti, ma pratiche (dall'arte della performance all'estetica relazionale) che non sono destinate a sopravvivere. Da più di un secolo, tuttavia, ogni passo in questa direzione è stato rapidamente seguito da nuovi mezzi che hanno invece difeso la distinzione dell'arte. In questo importante ultimo libro, Groys mappa i paradossi che risultano da questa tensione, ed esplora l'arte nell'era di un medium etereo qual'è Internet. Groys sostiene che se le tecniche di riproduzione meccanica ci hanno dato oggetti senza aura, la produzione digitale genera aura senza oggetti, trasformando tutti i suoi materiali in marcatori temporanei di un presente transitorio.

 

Attraverso l'arte gli uomini moderni ebbero l'opportunità di abbandonare, anche solo per un momento, il flusso della vita activa, dedicando del tempo alla contemplazione di immagini che erano state contemplate da generazioni di uomini prima della loro nascita e che sarebbero state a loro volta contemplate da generazioni future dopo la loro morte. Il museo prometteva un'eternità materialista messa in sicurezza non tanto a livello ontologico, quanto piuttosto a livello politico ed economico. Nel ventesimo secolo una tale promessa divenne problematica; gli sconvolgimenti politici ed economici, le guerre e le rivoluzioni portarono alla luce tutta la vacuità di una simile speranza. L'istituzione museale in sè non avrebbe mai permesso di raggiungere una stabilità economica realmente sicura e quindi era alla ricerca di un sostegno da parte di una solida volontà politica. Nonostante il desiderio di uguaglianza non abbia condotto l'avanguardia artistica a iniziare una lotta contro il museo, quest'ultimo non riuscì a restare immune alla forza erosiva del tempo e il sistema dei musei contemporanei ne è la prova. Questo non significa che i musei siano scomparsi, al contrario il loro numero è cresciuto e sta continuando a crescere in tutto il mondo; piuttosto ciò significa che cominciarono a immergersi nel flow del tempo. Il museo smise di essere il luogo che ospitava una collezione permanente e divenne il teatro di progetti curatoriali temporanei, visite guidate, proiezioni, lezioni magistrali, performance, etc. Nel nostro tempo le opere d'arte permanenti circolano da una mostra, piuttosto che da una collezione, all'altra e questo non significa nient'altro se non che le opere stesse stanno diventanto sempre di più coinvolte nel flusso del tempo. Ritornare alla contemplazione asettica della stessa immagine non significa solo ritornare sullo stesso oggetto, ma anche ritornare allo stesso contesto contemplativo: mai come ora siamo diventati profondamente consapevoli della dipendenza delle opere d'arte dal contesto. Perciò si può dire qualsiasi cosa dei musei di arte contemporenea, ma non che siano ancora i luoghi deputati alla contemplazione e alla meditazione. Questo però significa che, non prefiggendosi più come obbiettivo la contemplazione iterata della stessa immagine, l'arte abbia anche abbandonato il suo progetto di evadere dalla prigione del presente? Vorrei argomentarvi come non sia questo il caso [...]
[Boris Groys, dall'introduzione a In the Flow]

 

La maggior parte dei testi sulle intersezioni tra arte e vita contemporanee si arrende, quasi istantaneamente, alle seduzioni del presentismo, o, più lentamente ma inevitabilmente, alla malinconia per la perdita del modernismo. Non è così con i saggi di Boris Groys. In the Flow traccia il complesso dialogo, attraverso un secolo e più, tra arte e filosofia, la politica e i mass media, il lifestyle, i musei, e, infine, Internet. Alcuni flussi sono familiari, ma la maggior parte non lo sono: dalle avanguardie della Rivoluzione Russa allo Stato stalinista come opera d'arte totale, da Clement Greenberg a Google, da Martin Heidegger a Julian Assange. Scritti con il tipico stile provocatorio di Groys, con associazioni mozzafiato e paradossi produttivi, questi saggi sono una sfida, ma anche un piacere da leggere.
[Terry Smith, autore di What Is Contemporary Art?]

 

La premessa di base che organizza la "reologia dell'arte" di Groys è la trasformazione fondamentale dell'ontologia dell'arte prodotta dal moderno: l'arte non è più definita dalla produzione di opere discrete e autonome, ma è l'espressione di un'attività colta nel momento della sua battaglia per comprendere se stessa in quanto atto distintamente artistico.
[Hammam Aldouri, "Prêt-à-manger", in Radical Philosophy, n. 197, maggio-giugno 2016]

 

A mio avviso, e per almeno due motivi, questo è un libro molto importante. È la discussione più seria su Avanguardia e Kitsch di Greenberg e sulle sue implicazioni. Groys parla della banalizzazione delle idee, di come queste si consumino nel tempo, così come accade con la lingua parlata. L'altro motivo è che il suo discorso sul ruolo o sul luogo di Internet e dei social media, nella formazione della nostra coscienza, ed è convincente perché lo tratta in modo hegeliano, come condizione continua, irreversibile e persino incompleta.
[Jeremy Gilbert-Rolfe, "Critical Inquiry", vol. 43, Spring 2017]





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Ketty La Rocca