Parallax
Architettura e percezione

di Steven Holl


postmedia 2004
160pp.
-- 191 illustrazioni
isbn 9788874900138



16,90

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Parallax nasce dall’invito di Bruce Mau per una conferenza al Powerplant di Toronto l’11 maggio del 1999. Tornato in studio, Steven Holl sente l’esigenza di portare a fondo il discorso e lavorare a un libro che affermi “uno spirito dell’architettura e delle scoperte nella scienza e nel campo della percezione, che cerchi di esplorarne le relazioni”. Di quelle note Parallax mantiene alcune caratteristiche, più che un lungo saggio si configura come un diario concettuale composto da brevi frasi e immagini, un libro dal forte carattere sperimentale che esplora alcuni aspetti della scienza a partire dal doppio senso del titolo. Il termine “parallax”, infatti, concentra in sé due aspetti fondamentali dell’architettura di Steven Holl, i fenomeni naturali e scientifici e l’aspetto esperenziale dell’architettura: “La parallasse – ossia il cambiamento della disposizione di superfici che definiscono lo spazio come risultato del cambiamento della posizione dell’osservatore – si trasforma quando gli assi del movimento lasciano la dimensione orizzontale. I movimenti verticali o obliqui attraverso lo spazio urbano moltiplicano le nostre esperienze.” Cambiando la prospettiva, muovendosi attraverso lo spazio, assistiamo a una parallasse di sovrapposizione spaziale: ma si tratta di un fenomeno che non possiamo registrare, possiamo soltanto trarne un’esperienza muovendoci in uno spazio. è proprio questa combinazione tra una forte inventiva e una base razionale-scientifica, tra la consapevolezza del passato e quella del presente, che hanno reso il lavoro di Steven Holl indispensabile per la scena dell'architettura contemporanea.

Steven Holl, uno dei più grandi progettisti del nuovo millennio, nasce nel 1947 a Bremerton, Washington. Dopo essersi laureato all'Università di Washington, ha studiato architettura a Roma e a Londra. Nel 1976 apre a New York lo studio Steven Holl Architects. Dal 1981 insegna alla Columbia University. Nel 2001 "Time Magazine" lo ha definito il migliore architetto americano. Nel 2003 ha ricevuto riconoscimenti dal Royal Institute of British Architects e dall’MIT di Boston.


recensioni

Luigi Prestinenza Puglisi / prestinenza.it
Steven Holl è più che un bravo architetto appartenente al firmamento dello Star System. Rappresenta un movimento di resistenza alla moderna architettura dell’informatica, della comunicazione, dell’immagine. Propone l’attenzione per il particolare, la materia, la luce, l’unità contro il perdersi nell’indistinto della globalizzazione, l’indugiare nella trasparenza dell’immateriale, il frammentarsi della decostruzione. E lo rappresenta nel modo più alto: senza le nostalgie passatiste e le durezze che, invece, caratterizzano tanti altri personaggi che a lui sono naturalmente alleati e che gravitano intorno alla roccaforte di Harvard e alla figura di Moneo. (...)
Fondante nella poetica di Holl è l’aderenza del progetto a un concetto preliminare, tratto dalla letteratura, dall’arte, dalla scienza che però è svolto dall’architetto in termini rigorosamente disciplinari. E’ un metodo che ritroviamo in tutte le sue opere. A partire dalle più note. Per esempio il museo Chiasma trae il suo nome dall’inversione di due membri contigui e che, in natura, caratterizza il modo attraverso il quale i nervi ottici si invertono per raggiungere l’emisfero del cervello corrispondente. La Cappella di Sant’Ignazio a Washington deve i suoi lucernari colorati all’idea di bottiglie di luce che si inseriscono nella scatola muraria. La casa Stretto è una trasposizione spaziale di un tema musicale.
La stretta aderenza del progetto ad una metafora, che guida e indirizza ogni singola scelta di dettaglio, permette a Holl di concepire l’edificio in termini unitari, evitando i pericoli della frammentazione e della disomogeneità. Permette di indagare la qualità della luce, i valori tattili della materia, la fluidità delle forme nello spazio e, nel contempo, sfuggire allo snervato gioco dei segni che caratterizza la ricerca di altri architetti, cioè per capirci quel filone americano che, pur con esiti diversi, va da Venturi ad Eisenman.
E’ interessante vedere, per esempio, come il College of Art and Art History all’università dello Iowa nasca da un concetto astratto quale una chitarra, vista in una prospettiva cubista alla Braque e si trasformi, nel suo svolgimento, in un incantevole edificio che si apre sull’acqua con un coraggioso sbalzo di inaspettate valenze paesistiche. In un processo, ben documentato dai plastici in mostra, dove il segno perde, strada facendo, i suoi riferimenti intellettualistici per diventare pura riflessione sulle qualità dell’architettura. Formalismo assoluto, saremmo tentati di dire, garantito proprio dai concetti base di partenza: così arbitrari, così pervasivi, così necessari.
L’opera, insomma, come unicum, in un rapporto inconfondibile con il luogo, garantito dalla felicità della metafora scelta. Tanto che non è difficile accostare la ricerca di Holl con le teorie di Pallasmaa, le realizzazioni di Sverre Fehn e il regionalismo critico di Frampton. E con un modo pretestuoso di intendere la fenomenologia di Husserl e Merleau Ponty che, sebbene abbia poco e nulla a che vedere con il pensiero effettivo dei due filosofi, serve agli architetti a esprimere volontà di concreta materialità della forma e, insieme, insoddisfazione per una progettazione intellettualistica, distratta dall’hinc et nunc dell’atto percettivo.


Matteo Mariani / exhibart
Nel corso degli ultimi venti anni l’americano sostiene di aver provato senza successo a scrivere un manifesto ideologico, ma a prima vista sembra che “Parallax” sia una buona base di partenza.
Nell’architettura di Steven Holl è presente una forte tendenza a rompere le regole che ostacolano l’innovazione e il progresso, che per lui passano attraverso la conoscenza della storia, degli strumenti di lavoro e dei materiali, i suoi progetti sono la dimostrazione che l’architetto moderno può essere scienziato e filosofo allo stesso tempo; le sue architetture sono sempre un passo più avanti di come ci si potrebbe aspettare.


Matteo Agnoletto / Arch'it
In "Edge of a City", numero 13 della mitica e introvabile serie dei Pamphlet Architecture, Steven Holl presentava un progetto per Manhattan: "Parallax Skyscrapers". L'assunto con cui interpretava New York era distante sia dal cinico manhattismo di Koolhaas, e dal suo tentativo di lettura urbana e di riprogettazione della città contemporanea, sia dall'approccio costruttivo (e costruttivista), quindi meccanicista di Bernard Tschumi nel testo "The Manhattan Transcripts". Le puntiformi strutture di Holl si adagiavano sull'acqua, coinvolgendo una trasversale idea di New York, oltrepassandone la scacchiera e lo sviluppo per isolati, al fine di mostrare un progetto concepito su differenti angolature e sistemi fondativi. Una nuova idea di parco e di città, una possibile visione alterata, distorta rispetto a quella tradizionale e convenzionale. La messa in scena dell'errore, come forma di rappresentazione dell'architettura e della sua concezione compositiva per sviluppare sequenze spaziali di diversa matrice. (...)
Non contagiato dal virus di S,M,L,XL, Holl si concentra sull'esperienza di una vicenda complessa e sofferta, legata a tematiche prossime alla pura teoria architettonica, piuttosto che immerse nella vastità caotica del presente e delle sue moltitudini sfaccettature, aperta alle contaminazioni di altre discipline scientifiche: i riferimenti iniziali, gli "elastic horizons" sono la fisica, la microbiologia, la chimica e la cosmologia. Geometria, negazione di ogni storicismo, tecniche di rappresentazione, variazioni tipologiche e innesti topologici, costruzioni di alfabeti architettonici, ricerche materiche, sviluppi di piani urbani, esplorazioni di territori diversi, orchestrazioni della luce e dell'ombra: chi si avventura nel labirinto di "Parallax" non troverà la semplice esposizione di idee e nemmeno una accurata catalogazione dei virtuosi e piacevoli acquerelli dell'autore.
L'impatto è più violento: nel concepire la struttura della strategia compositiva, Holl non si preoccupa della sequenza temporale, della narrazione della propria storia personale. Non si tratta di un'antologia dei progetti, molti dei quali tra l'altro tralasciati, nonostante il rilievo dei loro contenuti. Mostra se stesso ovviamente, ma preoccupandosi di legittimare un approccio, un percorso ancora in parte sconosciuto, fondato sul movimento del corpo, sulle mutazioni a cui l'architettura è soggetta. È l'attuazione in architettura dei contenuti della body-art, traducibili nel disporre superfici oblique, tagli nei muri, finestrature alterate e deformate: una forma controllata di violenza sulla scatola architettonica. Il tutto inserito in un silenzioso e quasi impercettibile discorso di critica alle precedenti esperienze dei maestri, dal razionalismo al postmodernismo, fino alle letture sulla città o sul territorio, legate a incerti fenomeni sociali e di sviluppo.
Nel capitolo "porosity", non a caso accompagnato dal sottotitolo "from the typological to the topological", evidente è il riferimento a un modo di concepire il progetto che al tempo stesso nega superati sistemi di lettura della metropoli e del paesaggio. Con "la fine della città" per Holl sono necessarie altre metodologie e quindi nuove strategie analitiche. Come si attua allora la messa in opera della tecnica della parallasse? Nei progetti realizzati della Stretto House (1992) e del Kiasma Museum di Helsinki (1998) l'importanza della luce e del suo opposto, l'ombra, nella concezione e nello sviluppo dell'idea iniziale, contaminando lo spazio, ne modificano la sequenza prospettica.
La scelta compositiva è conseguenza di questa alterazione. "Speed of shadow" o la costrizione della luce: dal Museo Cassino, attraverso la gerarchia dei possibili stati di luminosità, al Centro per l'arte Contemporanea di Roma, sequenza di spazi a variabile situazione di luce, ogni progetto si relaziona alla materia e alla cromaticità in funzione di questo rapporto fondativo tra due opposti (i temi dell'architettura d'altronde sono sempre stati una lotta tra elementi contrastanti: classico/moderno, simmetria/disimmetria, centro/periferia, città/campagna). La Cappella di S. Ignazio e la Ikebana House (1996) sono raccontati non attraverso piante e sezioni, ma nei dettagli, negli scorci, nelle viste immerse nel buio o esaltate dalla cattura della luce, per ricomporsi in complesse tessiture materiche e deformazioni morfologiche.
Il libro è un'esperienza visiva e tattile dell'architettura, quasi sempre reale, e non un'esposizione di disegni tecnici o di immagini computerizzate pensate per esibire realtà virtuali. Alla fine di questo percorso, nonostante i progetti sembrino mostrati in modo incompleto, usati come strumenti per esporre precisi intenti e temi e non per spiegare se stessi, risulterà chiaro come le decise intenzioni dell'autore siano mirate a far capire lo scopo dell'architettura: costruire luoghi da vivere, da guardare e principalmente da attraversare, per seguirne le modificazioni e le alterazioni. Forse la fine della città porta l'uomo a rifugiarsi all'interno di spazi criptici o invasi dalla luce, per abbandonarsi alla solitudine o alla meditazione, lontani dal caos di metropoli delle quali l'uomo stesso ha perso ogni forma di controllo.





ø Orizzonti elastici

ø Incroci

ø L’esperienza che irretisce

ø Chimica della materia

ø Velocità dell’ombra

ø Spazio cromatico

ø Lavorare nel dubbio

ø Durata

ø Programmazione correlazionale

ø Spazio a cerniera

ø La pietra e la piuma

ø Storia di uno strano attrattore

ø Porosità

ø Ai margini della città

ø Viaggio astratto

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