Tacita Dean
a cura di Emanuela De Cecco


postmedia 2004
testi in italiano e inglese
112pp.
-- 43 illustrazioni
isbn 88-7490-015-5



19,00
  disponibilità limitata
acquista online
 

In occasione della personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (5 novembre 2004) dell'artista inglese Tacita Dean postmedia pubblica Tacita Dean: un volume di 112 pagine (con testi in italiano e inglese) e 36 illustrazioni a colori e in bianco e nero. Il volume contiene un'introduzione della curatrice Emanuela De Cecco, una selezione di testi scritti da Tacita Dean e una lunga conversazione con il critico Roland Groenenboom nella quale l'artista passa in rassegna tutte le opere realizzate finora, compreso il film Mario Merz che l'artista inglese ebbe occasione di girare nel settembre 2002 a San Gimignano durante la preparazione di Arte all'Arte.
Il Premio Regione Piemonte verrà consegnato venerdì 5 novembre, la cerimonia si svolgerà negli spazi della Fondazione a Torino e sarà l'occasione per presentare il nuovo film Baobab dal 5 novembre 2004 al 2 gennaio 2005 nella project room della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

d

Tacita Dean è nata a Canterbury (Kent, Inghilterra) nel 1965. Dal 1985 al 1992 frequenta la Falmouth School of Art, la Supreme School of Fine Art di Atene e la Slade School of Art di Londra. Nel 1998 è tra i finalisti del Turner Prize. Dopo aver ricevuto una borsa di studio dalla DAAD (Deutscher Akademischer Austauschdienst) nel 2000, l’artista decide di vivere Berlino dove tuttora risiede. Tacita Dean ha esposto in gallerie quali Frith Street (Londra) e Marian Goodman (New York e Parigi) e in prestigiosi musei quali l’ICA di Philadelphia, il Museé d’Art Moderne de la Ville de Paris, la Tate Gallery di Londra, il Museu d’Art Contemporani di Barcellona, il Museum für Gegenwartskunst di Basilea, The Hirshhorn Museum a Washington, il Museu de Arte Contemporanea de Serralves a Porto. In occasione della sua prima personale italiana alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino, novembre 2004) le viene consegnato il Premio Regione Piemonte da un comitato di esperti composto da Udo Kittelmann, Suzanne Pagé e Manuel Borja Villel.

Emanuela De Cecco è nata a Roma nel 1965, vive a Milano. Insegna Cultura Visuale all'Università di Ferrara ed è responsabile dei progetti di formazione della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. E' co-autore di "Contemporanee. Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta a oggi" (postmedia books 2002).








Recensioni
Barbara Casavecchia / D Repubblica / 11-2004
Come si impara la lentezza

Per John Franklin, il torpido protagonista del romanzo La scoperta della lentezza di Sten Nadolny, esistono due modi di guardare: uno fisso, veloce, che rende pronti all'azione ma superficiali, e uno che vaga all'infinito, cogliendo dettagli illuminanti. Con le loro inquadrature statiche, i movimenti di camera impercettibili, la dilatazione dei tempi di ripresa e dei formati di proiezione, le opere dell'artista inglese Tacita Dean (Canterbury, 1965) sembrano fondere insieme quei due sguardi. E sortire un effetto miracoloso: far decelerare anche gli spettatori, portandoli a sincronizzarsi con il flusso ipnotico delle immagini. Uno dei tratti fondamentali del suo lavoro è la dimensione dell'ascolto. Basta citare lavori come Jukebox, che raccoglie in 192 Cd i suoni raccolti lungo un parallelo terrestre allo scoccare del capodanno 2000, o Sound Mirrors, un film dedicato ai giganteschi "specchi acustici" costruiti tra il 1928 e il 1930 sulla costa del Kent per captare il rombo delle incursioni aeree, ma abbandonati perché incapaci di distinguere tra rumori vicini o lontani, e superati dal radar. L'impatto sonoro, per lei, è cruciale. "Il suono è molto specifico", spiega. "Ricostruisce istantaneamente un contesto. Io cerco di usarlo come un vero soundtrack, che registro in momenti diversi e poi monto. Alla fine, tutto sembra fluido e naturale, mentre è interamente costruito, è una fiction. Mi serve a innescare un'atmosfera, una relazione fisica ed emotiva con le immagini". In Baobab - la monumentale proiezione in bianco e nero in mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino fino al 2 gennaio (tel. 011.19831600, www.fondsrr.org) - il ronzio insistente degli insetti, il fruscio delle sterpaglie e i muggiti degli animali immergono il pubblico in una calura soffocante, che trasforma gli alberi in giganti pietrificati con le braccia protese verso il sole. "Non sono partita per il Madagascar con quest'idea. Volevo riprendere l'eclissi totale del 21 giugno 2001. Ci avevo già provato nel '99, in una fattoria della Cornovaglia, ma quel giorno il cielo era nuvoloso e il film (Banewl) registra solo il variare della luce. L'eclissi è stata un disastro, ma in compenso sono riuscita a filmare il raggio verde, al tramonto. E per caso, mi sono imbattuta in quel cerchio di alberi fantastici: piccoli, asimmetrici, irsuti, protesi gli uni verso gli altri. Mi è venuto in mente il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, seduto a guardare il crepuscolo quarantratré volte sul suo piccolo pianeta infestato dai baobab". Tacita Dean - all'attivo una nomination al Turner Prize, mostre personali all'Ica di Philadelphia, al Museum fur Gegenwartskunst di Basilea, all'Arc di Parigi e già due retrospettive, alla Tate Britain di Londra e alla De Pont Foundation di Tilburg (Nl) - è una presenza atipica tra i coetanei della generazione Yba, gli ormai non più tanto giovani Young British Artists. E non solo perché vive lontano dalla scena londinese, a Berlino. "Anche se abitare qui mi costringe a ripensare più spesso all'Inghilterra e a casa". A contraddistinguerla è l'insistenza con cui affronta il tema del passaggio del tempo, senza mai giocare la carta autobiografica, come fanno, aggressivamente, le colleghe Sam-Taylor Wood, Sarah Lucas e Tracey Emin. Dean preferisce raccontarsi per allusioni e metafore. Dietro alla storia di Boots, la triplice proiezione che l'artista ha appena presentato al Royal Institute of British Architects di Londra, c'è soprattutto quella di un affascinante, bizzarro, vecchio amico di famiglia soprannominato "Stivale". Dietro a Mario, che indugia sul viso dell'artista italiano Mario Merz (e girato poco prima della sua scomparsa), c'è la sua presunta somiglianza col padre, cercata con insistenza tra rughe e sguardi. Tutto questo Dean lo svela però solo a posteriori, nei testi che scrive in commento alle opere, descrivendone incidenti di percorso, retroscena, risvolti personali - ora raccolti nella sua prima monografia italiana, a cura di Emanuela De Cecco, Postmedia Books. Nonostante sembri aperto, il suo modo di procedere si rivela governato da regole precise. La vera disciplina di Tacita sta nel rispettare la lentezza. "Tutto nasce dall'uso della pellicola cinematografica. I media digitali sono passivi, registrano tutto senza l'intervento umano. Invece la cinepresa - io uso una vecchia 16 mm - mi costringe a essere attiva: concentrata, immobile, attenta a ogni frammento. E dopo c'è il montaggio. Faccio tutto da sola, al mio tavolo, srotolando la bobina, tagliando e incollando. Questo mi costringe a prendere decisioni molto lentamente. Ma a me piace lavorare con calma. Per di più, mi muovo lentamente, perché soffro di artrite e mi ritrovo a zoppicare. La testa, invece, va anche troppo in fretta. Vivo sempre sotto pressione. Per un volta, vorrei andare in un posto senza un'intenzione precisa... Forse me lo insegnerà mio figlio. Appena si decide a nascere, dopo questi interminabili, lentissimi nove mesi".