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Jeff Koons
Retrospettivamente
di AAVV

postmedia books 2007
112 pp.
-- 90 illustrazioni
isbn 9788874900305

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Perchè mai l’arte dovrebbe essere una faccenda per pochi eletti? Da trent’anni Jeff Koons cerca di realizzare l’impossibile, rendere l’arte una questione democratica. Ecco uno dei maggiori paradossi dell'artista americano, come dice Arthur Danto, proprio perchè alla gente è stato insegnato di non attribuire alcun merito ai banali esempi di kitsch che sono invece i paradigmi di Koons, amano e odiano il suo lavoro contemporaneamente.
Jeff Koons è l'artista che ha davvero eliminato i confini tra arte e vita, elevando ad arte oggetti d'uso quotidiano, sposando quella che era diventata una sua opera, la pornostar Ilona Staller... oppure realizzando un cagnolino di 13 metri con 70000 fiori.
Questo è il libro in cui l’opera dell’artista americano viene analizzata retrospettivamente, un lavoro dopo l’altro, una strategia dopo l’altra, grazie a testi dedicati alle serie di lavori più importanti, a un intervista fiume con Rem Koolhaas e Hans Ulrich Obrist nel suo studio di Manhattan (corredate da una ventina di fotografie scattate in studio) e ad un prezioso saggio di Arthur Danto (Banale e celebrativa: l'arte di Jeff Koons) che analizza uno dei lavori più importanti degli ultimi trent’anni in relazione alle rivoluzioni concettuali di Marcel Duchamp e Andy Warhol.



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Ha immerso 3 palloni da basket in un acquario colmo d’acqua distillata (Three Ball Total Equilibrium Tank, 1985). Si è inventato un cucciolo di cane alto 12 metri e ricoperto da 70.000 fiori (Puppy, 1992). Mirabilie di Jeff Koons...

 

Biografia
Jeff Koons nasce a York (Pennsylvania) il 21 gennaio del 1955. Incoraggiato dai genitori nella sua passione per la pittura, prende lezioni private e aiuta il padre nell’allestire il suo negozio di arredamento. Dal 1975 al 1976 studia all’Art Institute di Chicago: tra i suoi insegnanti c’è il pittore Ed Pasche del quale diventa assistente di studio. Ancora studente non esita a chiamare Salvador Dalí al telefono per chiedergli un breve incontro. Frequenta il Maryland Institute College of Art di Baltimora dove si diploma nel 1976. Trasferitosi a New York l’anno dopo, Koons trova una scena culturale molto vivace che contribuisce a modificare le sue passioni pittoriche verso elementi meno tradizionali portandolo, ad esempio, a concentrarsi sull’arte concettuale e sul lavoro di artisti atipici come Robert Smithson e Martin Kippenberger. Lavora come assistente alle relazioni con il pubblico al MoMA [...]
Negli anni Ottanta il lavoro di Jeff Koons viene alternativamente etichettato come neo-geo (da nuova geometria, al pari di artisti quali Haim Steinbach e Peter Halley) e neo-pop, visto che, al pari degli artisti pop, Koons utilizza le proprie opere per riflettere sulle dinamiche capitaliste del mondo contemporaneo, su una società occidentale dominata dal desiderio per le immagini narcisistiche e per lo sconfinato mondo delle merci. A tale scopo, Jeff Koons non esita ad utilizzare strategicamente le stesse armi della società capitalista, come un professionista del marketing e della pubblicità: Sto cercando di rendere competitiva l’arte in una società competitiva. La dimensione comunicativa del suo lavoro e dichiarazioni quali, Il mio lavoro non ha altre componenti estetiche al di là dell’estetica della comunicazione (Jeff Koons Handbook, Rizzoli 1992) rappresentano una base importante per artisti che cominciano ad operare alla fine degli anni Ottanta e che faranno tesoro di queste dinamiche (ad esempio, Damien Hirst, Maurizio Cattelan...) [...] Ma il rapporto con Sonnabend è sempre stato una faccenda che riguardava l'arte, non il denaro o la vendita. (Katy Siegel, 80s Then, Artforum, marzo 2003). È una tipica strategia di Koons, infatti, quella di non dipendere da un solo gallerista, ma di coinvolgere nello stadio produttivo anche altre figure (vedi le frequenti collaborazioni con Jeffrey Deitch e Daniel Weinberg) che ne promuovono il lavoro trovando i fondi necessari alla realizzazione e rendendo spesso partecipi, anche in fase di pre-produzione, i principali collezionisti (Eli Broad, Peter Brant, Dakis Joannou, Stephan Edlis, François Pinault…).
Jeff Koons porta un passo avanti il concetto di readymade duchampiano realizzando quelli che lui stesso definisce “oggetti con un senso interno del readymade”. [...]

Nel 1992 viene organizzata la prima retrospettiva dedicata all’artista americano con una mostra itinerante che prevede musei prestigiosi quali il San Francisco Museum of Modern Art, il Walker Art Center di Minneapolis, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, l’Aarhus Kunstmuseum in Danimarca e la Staatsgalerie di Stoccarda.
Il 1992 è anche l’anno in cui Koons realizza una delle immagini più popolari della sua carriera. Puppy, è un West Highland White Terrier alto tredici metri e composto da un’armatura capace di contenere 70.000 fiori, nelle parole dell’artista un simbolo di amore, calore e felicità. Viene esposto (in una collettiva a cura di Veit Loers) nel cortile del castello barocco di Arolsen, a poca distanza da Kassel dove, in contemporanea, Jan Hoet aveva curato Documenta 9. Dopo la prima tedesca, Puppy viene ricostruito nel 1995 nella zona portuale di Sydney con una nuova struttura in acciaio che comprende un sistema d’irrigazione interno. Nel 1997, l’opera viene acquistata dalla Solomon R. Guggenheim Foundation che la colloca davanti al Guggenheim Museum di Bilbao. Nel 2000, Puppy è in tournee a New York dove per tutta l’estate resta a guardia del Rockefeller Center (nello stesso posto in cui a dicembre viene sistemato l’albero di Natale) prima di tornare a Bilbao.
Dalle pagine del New York Times, Roberta Smith tratta Puppy come l’ennesimo lavoro di Koons destinato a far parlare di sé [...]



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