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Paola Mattioli

Arte, fotografia e femminismo

Tina Modotti

Contemporanee. Percorsi e poetiche...

Lightfossil

 

 



Fotografia e femminismo nell'Italia degli anni '70
a cura di Cristina Casero



postmedia books 2021
180 pp. 42 ill.
formato 216x140mm 
isbn 9788874903023

 

 

 

Intorno alla metà degli anni '70 in Italia, in sintonia con quanto accade in Europa e negli Stati Uniti, si diffondo le posizioni del nuovo femminismo, il femminismo della differenza. Questo rivoluzionario pensiero, incentrato sulla necessità di ridefinire l'identità della donna a prescindere da millenni di cultura maschile, ha forti ripercussioni, anche quando indirette, sulle ricerche di molte fotografe e delle artiste che ricorrono alla fotografia come mezzo ideale sia per condurre una riflessione identitaria, sia per indagare e testimoniare la condizione della donna, restituendone un racconto inedito, nato dallo sguardo femminile e operando con una nuova consapevolezza del proprio fare e del proprio ruolo. Nel 2020, l'anno che il Comune di Milano ha dedicato a I talenti delle donne, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo ha organizzato una giornata di studio curata da Cristina Casero e introdotta da Giovanna Calvenzi, seguita da un dibattito animato da alcune delle protagoniste di quella vivace stagione in dialogo con autrici più giovani. Da questa occasione di confronto sono scaturite le riflessioni raccolte in questo volume, incentrate sul ruolo centrale giocato, sin dagli anni settanta, dal medium fotografico il quale, in mano alle donne, diventa uno strumento privilegiato di rispecchiamento, indagine critica, testimonianza. Grazie al contributo di studiose che da tempo hanno indagato il rapporto tra fotografia e femminismo (Linda Bertelli, Cristina Casero, Lara Conte, Elena Di Raddo, Laura Iamurri, Lucia Miodini, Federica Muzzarelli, Raffaella Perna), questo libro approfondisce le ricerche di alcune protagoniste della scena fotografica italiana di quel momento, a partire da quelle presenti nelle collezioni del MuFoCo, ed entra nel cuore della contemporaneità, presentando le testimonianze delle fotografe intervenute nel dibattito (Paola Agosti, Isabella Balena, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Marcella Campagnano, Paola Di Bello, Bruna Ginammi, Silvia Lelli, Marzia Malli, Paola Mattioli, Donata Pizzi, Agnese Purgatorio, Livia Sismondi).

Perché se è vero che è esistita, ed esiste, una fotografia femminista impegnata e storicamente definita (nel senso della sua contestualizzazione in relazione a movimenti, idee e strategie organizzate o comunque attive, e di cui le web conference organizzate al Mufoco nel 2020 danno conto per quello che riguarda la situazione italiana degli anni Settanta), io mi soffermerò sulle premesse teoriche e di prassi, di fenomenologia dell'esperienza, che hanno portato all'incontro tra esigenze che possiamo definire femministe e la fotografia.
_ Federica Muzzarelli

Per Carla Cerati la fotografia ha rappresentato un mezzo di riappropriazione di sé, le ha offerto la possibilità di tenere insieme le dimensioni complementari del corpo e della mente, ma soprattutto è stata la sua stanza tutta per sé. Allo stesso tempo la macchina fotografica è stata un diaframma tra sé e gli altri, un oggetto mimetico, quasi invisibile, che è diventato anche strumento di conoscenza e mediazione. Inizialmente Cerati rivolge il proprio sguardo all'ambiente che le è prossimo, quello degli affetti familiari, e orienta la sua attenzione all'universo fuori la porta di casa. Abita al primo piano di un edificio le cui finestre si affacciano sulla strada, dove, a saper guardare, accade sempre qualcosa. Dappoi percorre la città, attratta da un quartiere sconosciuto, un temporale, una nevicata, due bambini che giocavano sul marciapiede. Fotografa i luoghi dell'industria, i volti degli intellettuali e scrittori che frequentano la libreria Einaudi. Nelle sue storie s'intrecciano spazi, itinerari urbani, mappe d'immagini per orientarsi nella geografia del quotidiano, dove i luoghi sono inseriti in una speciale topografia dell'immaginario. Narrando la città, i personaggi che la abitano o la attraversano, Cerati racconta se stessa.
_ Lucia Miodini

Sono molte le artiste che negli anni Settanta affrontano nel proprio lavoro il tema della Grande Madre, l'archetipo che definisce con varie sfumature, nelle diverse epoche e civiltà, il principio generativo della donna, il suo rapporto privilegiato con la natura, espressione quindi non tanto della singolarità, ma di un principio femminile che accomuna tutti i generi, al di là della semplice distinzione di maschile e femminile. Facendo riferimento al libro della poetessa Adrienne Rich Of Woman Born, modello di partenza del suo progetto, Massimilano Gioni nell'introdurre la mostra che nel 2015 ha voluto dedicare a questo tema sottolinea come proprio l'essere nati da una donna accomuni tutti gli esseri viventi. Citando la Rich scrive che "l'unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti uomini e donne, è il periodo di mesi trascorso nel grembo di una donna" e questo spiega "il ricorrere nei sogni, nei miti e nelle leggende, di un'immagine della madre come creatura potente, di un archetipo femminile dotato di divini e sovrumani e persino di un'età dell'oro matriarcale, governata dalle donne.
_ Elena Di Raddo

Più volte Lisetta Carmi ha ribadito che la fotografia "è un modo diverso per capire il mondo ed entrare nel mistero dell'umano" (6). La fotografia è per lei la definizione di una nuova prospettiva che fa emergere il marginale, il minoritario, il rimosso. Grazie ai suoi reportage Lisetta Carmi dà voce a quello che Rosi Braidotti ha definito "soggetto nomade" (7). Un soggetto che mette in crisi i rapporti di forza e di oppressione del sistema capitalistico e della cultura patriarcale, deegemonizzando le narrazioni, alla conquista di una libertà e di un'individualità non sottomessa alle rigide codificazioni dei generi.
_ Lara Conte

Non è semplice raccontare in poche righe i miei anni Settanta come fotografa e come donna coinvolta con l'esperienza del femminismo. Esperienza umana e professionale che irruppe nella mia vita alla fine del 1974 quando l'editore Savelli mi commissionò un libro fotografico sul movimento femminista. All'epoca lavoravo già da cinque anni come fotoreporter indipendente e vivevo a Roma, città in cui mi ero trasferita dalla natìa Torino. Il libro "Riprendiamoci la vita" uscì nel 1976, ma io continuai a fotografare il movimento per una decina d'anni, riconoscendomi nelle sue sacrosante battaglie. Contemporaneamente, collaborando con "Noi donne", la rivista dell'UDI, conoscevo un'altra realtà femminile, altrettanto viva e stimolante. Quella di un'Italia fatta di donne che militavano nei partiti della sinistra, nel sindacato, che lavoravano in fabbrica e nelle campagne, donne di una generazione che aveva vissuto la guerra e aveva partecipato alla Resistenza.
_ Paola Agosti

 


 

 

 

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